Ramadan 2020: quarta settimana

« Signore nostro, accordaci quello che tu ci hai promesso »

Ramadan 2020: quarta settimana

Durante quest’ultima settimana di Ramadan, voglio pregare la preghiera che leggo verso la fine della terza sura, la sura intitolata « La famiglia di ‘Irmân ». Questa sura risale all’anno 631: è l’anno nel quale un gruppo di cristiani era venuto a Medina per dialogare con Muhammad. D’altra parte, già il titolo della sura fa riferimento alla tradizione biblica. Infatti, il nome « ‘Imrân » corrisponde all’ebraico « ‘Amrân » che, in Esodo 6,20, è il padre di Mosè e di Aronne. Nel Corano (Sura 66,12), « ‘Imrân » è anche il nome del papà di Maria, la mamma di Gesù. D’altronde, nella sura intitolata « La famiglia di ‘Irmân », la vicinanza tra Corano e Bibbia appare parecchie volte[1].
Di questa sura ecco la traduzione di una piccola sezione:
193 Signore nostro, abbiamo udito un araldo che chiamava alla fede (dicendo): « Credete nel vostro Signore! » e noi abbiamo creduto. Signore nostro, perdonaci le nostre colpe, allontana da noi le nostre insufficienze e conducici al nostro termine in compagnia con le persone caritatevoli!
194 Signore nostro, accordaci quello che tu ci hai promesso per mezzo dei tuoi messaggeri e non ci coprire di vergogna nel giorno della risurrezione. Tu certo non vieni meno alla tua promessa. (Sura 3,193-194).

Secondo alcuni commentatori la parola « araldo » (« munâdî » in arabo) potrebbe far riferimento allo stesso Corano; altri commentatori vedono nella stessa parola un riferimento allo stesso Muhammad[2]. Qui l’invito è – evidentemente – l’invito a credere, l’invito alla fede nel « Signore », il Signore che, nella preghiera e attraverso la preghiera, è il « Signore nostro ». Dopo aver proclamato la fede che fa di noi dei credenti e delle credenti, noi possiamo chiedere a Dio il perdono delle nostre colpe e delle nostre insufficienze. In seguito la preghiera ci apre all’avvenire, al termine della nostra vita; da qui la domanda a Dio : « conducici al nostro termine in compagnia con le persone caritatevoli! ». E dietro quest’ultima parola c’è una radice araba che significa essere buono e pietoso, avere amore, essere fedele al proprio impegno[3].

Quanto al versetto successivo, questo sguardo verso l’avvenire si fa più preciso: grazie al messaggio dei profeti, degli intermediari che Dio ha mandato, noi possiamo aprirci alla fede nella risurrezione. Ed è così che noi possiamo dire a Dio in tutta sicurezza: « tu certo non vieni meno alla tua promessa, tu non vieni meno all’appuntamento»[4].

Questa preghiera del Corano mi ricorda il Salmo 103. Di questo salmo ecco i primi versetti:
1 Benedici Jahweh, anima mia,
e tutto il mio intimo (benedica) il nome della sua santità!
2 Benedici Jahweh, anima mia,
e non dimenticare tutti i suoi benefici
3 E’ lui che perdona tutte le tue colpe,
e che guarisce tutte le tue malattie.
4 Egli riprende dalla fossa la tua vita,
ti corona di amore e di misericordia (Salmo 103,1-4).

Questo salmo si apre con due imperativi che la persona rivolge a se tessa : « Benedici Jahweh, anima mia ». E qui il verbo benedire significa rendere grazie, lodare, cantare a Dio. Questo canto è la reazione di una persona che riconosce la « santità » di Dio, dunque la presenza e l’azione di Dio che oltrepassa ogni nostra possibilità di comprenderlo. Nella sua santità Dio ci è vicino e agisce sempre in nostro favore. Ecco perché noi possiamo dire a noi stessi : « non dimenticare tutti i suoi benefici! ».
E tra i suoi benefici c’è, come nella preghiera del Corano, il perdono che Dio ci dà; egli perdona completamente i nostri errori, ci guarisce dalle nostre malattie e ci permette di guardare all’avvenire con fiducia. In effetti, Dio « riprende dalla fossa la tua vita, ti corona di amore e di misericordia ». La seconda di queste due azioni, Dio la compie già ora dandoci il suo amore e la sua tenerezza. Ma il verbo « coronare » utilizzato nel salmo evoca un’azione che perdura nel tempo: Dio ci corona, ora e per sempre, con il suo amore, la tua tenerezza, la sua misericordia. Quanto alla prima azione, essa evoca – evidentemente – la risurrezione che ci attende. Dio riscatta, Dio « riprende dalla fossa la tua vita »[5] o, per dirlo con il Corano, invece di coprirci di vergogna nel giorno della risurrezione, ci conserva la sua corona d’amore e di misericordia.
Facciamo nostre, mio amico e mia cara, queste due preghiere che ci incoraggiano già fin

d’ora e ci permettono di guardare verso l’avvenire, verso l’appuntamento con Dio, verso il suo abbraccio, un abbraccio di un’immensa tenerezza, che ci unirà per sempre

Renzo


[1] Cf. Il Corano, a cura di Alberto Ventura. Commenti di Alberto Ventura, Ida Zilio-Grandi e Mohammad Ali Amir-Moezzi, Mondadori, Milano, 2010, p. 462.

[2] Abû Ja‘far Muhammad Ibn Jarîr at-Tabari, Commentaire du Coran. Abrégé, traduit et annoté par P. Godé, Éditions d’art les heures claires, Paris, 1986, tome III, p. 243s.

[3] Cf. M. Gloton, Une approche du Coran par la grammaire et le lexique. 2500 versets traduits – lexique coranique complet, Albouraq, Beyrouth, 2002p. 266, nr. 0110.

[4] La parola « promessa », in arabo « al-mî‘âda », S. A. Aldeeb Abu-Sahlieh (Le Coran. Texte arabe et traduction française, par ordre chronologique selon l’Azhaar, avec renvoi aux variantes, aux abrogations et aux écrits juifs et chrétiens, par, L’Aire, Vevey, 2009, p. 438) la traduce con « rendez-vous», cioè « appuntamento ».

[5] Per il valore del verbo ebraico « g’l » che significa « riscattare », « riprendere », cf. J: J. Stamm, g’l, REDIMERE, in E. Jenni – C. Westermann, Dizionario teologico dell’Antico Testamento. Volume I, Marietti, Torino, 1978, col. 332ss.

 

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