Monografia – No. 45
Colpa, pena e riconciliazione

Colpa, pena e riconciliazione

Riflessioni e interpretazioni
dalla Bibbia alla realtà del carcere

a cura di
Ernesto Borghi e Muriel A.M. Pusterla

contributi di
Alessandro Cozzi, Ignazio De Francesco, Maria Novella Gorreri, Gianluca Guida, Carmine Matarazzo, Maya Piovano, Patrizio Rota Scalabrini, Antonio Spagnoli, Chiara Uglietti

 

Editoriale

Al di là di ogni disumanità

Chi nella vita non ha mai fatto del male? Chi nella sua quotidianità non ha mai danneggiato qualcuno? La risposta a queste due domande è semplice: nessuno. Certo: la gravità delle azioni umane e delle loro conseguenze può essere di entità estremamente varia. Alla medie delle persone che non hanno avuto vissuti iniziali particolarmente deprivati o che non incorrono in situazioni particolarmente negative, capita assai difficilmente di togliere la vita a qualcuno o di compiere atti terribilmente rovinosi verso i beni di altri o verso l’ambiente naturale. D’altra parte è altrettanto vero che, quando agli altri non si dà alcuna importanza o comunque si è sempre persuasi di essere superiori a loro o più importanti di loro, compiere del male nei loro confronti appare scarsamente o per nulla rilevante.

Nella rivelazione biblica le dimensioni esistenziali della colpa, della pena conseguente e di una possibile riconciliazione sono considerate e presentate in secondo accenti e intensità anche molto diversificate. Il male praticabile da parte di un essere umano è configurabile anzitutto come tutte le occasioni in cui egli perde di vista la sua natura di creatura e pensa di poter essere molto di più sino a certi deliri di onnipotenza che gli fanno credere di poter essere all’altezza del creatore. In queste circostanze le colpe commesse possono essere di notevole entità e la punizione che ne deriva appare prima amcora che una scelta divina, un’opzione distruttiva dell’essere umano stesso.

E parlare nella Bibbia di riconciliazione non significa immaginare una logica di compromesso in cui colpevole e vittima si possano trovare, per così dire, a metà strada e superare il negativo verificatosi. Un cambiamento del proprio essere è la condizione previa alla possibilità che chi ha offeso ritorni a relazioni significativamente umane con chi ha subito l’offesa. E tutto quanto è riconducibile alla parola “perdono” rientra nelle dimensioni relazionali sin qui evocate con tutta la complessità e la libertà di considerazione e valutazione che porta con sé il chiedere, il dare, insomma il vivere il perdono1.

Nel quadro del primo anno del progetto culturale 2025-2027 “Identità ed inclusione” ABSI ha ritenuto più che opportuno dedicare spazio cospicuo alla riflessione sui temi sin qui indicati, attraverso non soltanto una doverosa trattazione delle implicazioni bibliche, teologiche ed antropologiche di pena, colpa e riconciliazione, ma anche concentrando molte energie nella considerazione di un ambiente in cui queste dimensioni esistenziali sono particolarmente importanti: il carcere. Come? Dando spazio espressivo a chi vive in questi ambienti come detenuto e come operatrice/operatore a livello dirigenziale, formativo e sociale.

A quale scopo? Anzitutto contribuire a far comprendere che escludere qualcuno dalla convivenza civile (ovviamente non nel senso disumano della logica del “chiudiamoli dentro e gettiamo via la chiave”) ha senso soltanto ad una condizione: se si creano le condizioni perché al termine di tale esclusione chi l’ha subita possa essere pronto a rientrare nella società esterna al carcere senza motivi effettivi per essere condannato più o meno rapidamente a ritornare a quella esclusione2.

Da un capo all’altro del mondo le condizioni dei detenuti nelle carceri sono state e sono spessissimo disumane. E coloro che lavorano in questi ambienti – penso a chi compone la polizia penitenziaria, a chi dirige gli istituti di pena e a chi ha altre funzioni educative e materiali – opera in contesti con modestissime risorse materiali e in un clima assai difficile. La complessità di tutto ciò non è consapevolezza diffusa e l’indifferenza appare troppo spesso la situazione normale da parte di coloro che sono “liberi” dalla reclusione carceraria, ,a troppo spesso “reclusi” in un pregiudizio preciso: “se è in galera, qualcosa di male avrà fatto senz’altro”).

Le pagine di questo numero di “Parola&parole – monografie” sono complessivamente prive, mi pare, di qualsiasi forma di buonismo, che nuoce anzitutto a coloro che sono detenuti. Chi ha realmente fatto del male a qualcuno, deve essere messo nella condizione di non nuocere ulteriormente. D’altra parte sono estremamente rilevanti le ragioni sociali, culturali, economiche, per le quali occorre puntare a fare di tutto perché chi è sottoposto alla restrizione della propria libertà non debba trovare in questo periodo della sua vita motivi per continuare a fare del male3.

Se i vari, intensi contributi contenuti in questo volumetto aiuteranno lettrici e lettori a riflettere seriamente attorno a questi temi, guardano al mondo del carcere con uno sguardo più realmente umano, forse sarò davvero meglio per tutti. Lo dico a partire anche da alcune esperienze formative a contatto con vari detenuti, dal 2021 ad oggi, che mi spingono a dire che occorre parlare e far parlare della realtä “carcere” in ogni occasione possibile, perché anche in questo contesto difficile e complesso, ogni disumanità è inaccettabile, chiunque la viva, e a nessuno ü necessariasmente impossibile non poter cambiare vita per il bene suo e altrui…

Ernesto Borghi4

 

Note

  1. Una delle esperienze di perdono più recenti arrivata all’onore delle cronache è quella di Davide Simone Cavallo, un giovane universitario di 22 anni, che il 22 ottobre 2025 a Milano è stato aggredito da un gruppo di cinque ragazzi che gli volevano rubare 50 euro e poi accoltellato riportando lesioni gravi che gli avrebbero potuto compromettere l’uso delle gambe, condizione da cui egli sta uscendo con grande fatica. Aver abbracciato i suoi assalitori durante il processo e aver perdonato quanto gli hanno fatto (cfr. la lettera scritta da lui – https://www.icnavebrescia.edu.it/wp-content/uploads/2026/05/lettera.pdf) dimostrano quello che un essere umano è capace di fare al di là del male subito, sempre nella considerazione che anche tali scelte di apertura interiore possano essere compiute solo e soltanto a partire dalla volontà libera e responsabile delle vittime.
  2. E nessuno può dimenticarsi, al di fuori di qualsiasi forma di buonismo, quanto la cosiddetta “giustizia umana” possa essere tutt’altro che giustizia. Tra i moltissimi casi verificatisi da un capo all’altro del Pianeta di persone processate e incarcerate da innocenti, ricordo, per quanto concerne l’Italia, il caso del presentatore televisivo Enzo Tortora e le più recenti vicende del pastore sardo Beniamino Zuncheddu (33 anni di prigione per un errore giudiziario) e del giovane libico Alaa Faraj (dieci anni di carcere per essere stato ingiustamente processato come scafista).
  3. Michele Ravetta, frate cappuccino, dal 2010 cappellano delle strutture carcerarie del Canton Ticino, si esprime così: «Ci sono detenuti più liberi interiormente che non chi vive al di là del muro di cinta del Penitenziario. Uomini e donne con una tale forza dentro di sé che riescono ancora a far leva sulla propria intelligenza, spiritualità e religiosità così da rimettersi in piedi, fasciarsi le ferite e riprendere il cammino. A fare da maestra in ambito carcerario deve però essere l’umiltà: solo toccando la terra (sporcarsi con essa) si potrà spiccare il volo. Va detto che i presbiteri impegnati nella pastorale carceraria non sono dei supereroi, ma abbiamo la consapevolezza che noi siamo i parroci del carcere, quella è la comunità che la Diocesi ci ha affidato e noi dobbiamo essere grati perché si tratta di un privilegio, infatti di parroci attivi nelle parrocchie ce ne sono molti in un territorio diocesano, il cappellano cattolico del carcere, per esempio, a Lugano, è uno solo (ndr: un pastore evangelico, da qualche anno Daniele Campoli, si occupa dei detenuti di religione protestante). Le analogie sono presto dette: siamo confrontati con persone che camminano in salita nella vita, sbagliano, chiedono perdono e misericordia, vivono la dimensione della fede non come qualcosa che “serve-utile a…” ma che vive in loro e li fortifica».
  4. Nato a Milano nel 1964, sposato e padre di due figli, è laureato in lettere classiche (Università degli Studi di Milano – 1988), licenziato in scienze religiose (Università di Fribourg – 1993), dottore in teologia (Università di Fribourg – 1996), baccelliere in Sacra Scrittura (Pontificia Commissione Biblica – 2012). È biblista professionista a livello universitario dal 1992. Insegna attualmente Introduzione alla Sacra Scrittura presso l’ISSR “Romano Guardini” di Trento e Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Sez. San Tommaso d’Aquino) di Napoli e l’ISSR/FTTR di Padova. Dal 2003 presiede l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana e coordina la formazione biblica nella Diocesi di Lugano. Tra i suoi libri più recenti: Verso la verità della Chiesa. Leggere gli Atti degli Apostoli oggi, ETS, Milano 2024; (a cura di), Per amore. Anzitutto per amore, Cittadella, Assisi (PG) 2025; (a cura di), Paolo di Tarso uomo di tre culture, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2025; Il Discorso della montagna. Giustizia e libertà, Claudiana, Torino 2026.

 

SULLA GIUSTIZIA RIPARATIVA

Nel corso delle prossime pagine ricorrerà ripetutamente la locuzione giustizia riparativa. Essa include ogni processo che consente alle persone che subiscono pregiudizio a seguito di un reato e a quelle responsabili di tale pregiudizio, se vi acconsentono liberamente, di partecipare attivamente alla risoluzione delle questioni derivanti dall’illecito, attraverso l’aiuto di un soggetto terzo formato e imparziale (da qui in avanti “facilitatore”).

La giustizia riparativa prende sovente la forma di un dialogo (diretto o indiretto) tra la vittima e l’autore dell’illecito, e può anche includere, eventualmente, altre persone direttamente o indirettamente toccate da un reato. Ciò può comprendere persone che sostengono le vittime o gli autori dell’illecito, operatori interessati e membri o rappresentanti delle comunità colpite. Di qui in avanti, i partecipanti a percorsi di giustizia riparativa saranno indicati, ai fini di questa raccomandazione, con la locuzione “le parti”.

I programmi di giustizia riparativa tendono a promuovere il riconoscimento della vittima del reato, la responsabilizzazione della persona indicata come autore dell’offesa e la ricostituzione dei legami con la comunità. A differenza della sanzione detentiva che alimenta la segregazione dalla società e lo stigma sociale, la giustizia riparativa, in quanto giustizia dialogica e relazionale, è funzionale al riavvicinamento delle parti (giustizia inclusiva vs segregante). Per il testo di questo box ringraziamo Elena Mattevi e Antonia Menghini, giuriste dell’Università di Trento, relatrici, nell’aprile 2026, di uno dei moduli del corso ABSI online “Identità ed inclusione” (I anno).

 

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> elenco delle pubblicazioni


Monografia 45 - Colpa, pena e riconciliazione

 

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