VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO

VENDE TUTTI I SUOI AVERI E COMPRA QUEL CAMPO


Commento al Vangelo
di p. Alberto MAGGI OSM

Mt 13, 44-52

[In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:] «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Gesù non parla mai di sacrifici per il regno, bensì di gioia. La parola “sacrifici” nel vangelo di Matteo appare solo due volte ed è per negarli. Gesù, rifacendosi all’espressione del profeta Osea, ribadisce che il Signore non chiede sacrifici rivolti a lui, ma misericordia, cioè lo stesso atteggiamento d’amore rivolto verso gli uomini.

Se Gesù mai parla e richiede dei sacrifici per il regno, invece continuamente parla di “gioia” (car£a,), termine che nel vangelo di Matteo appare sei volte. E qui lo ritroviamo alla fine delle sette parabole che riguardano il regno, al capitolo 13 di Matteo, versetti 44-52.

Scrive l’evangelista: «Il regno dei cieli»”, ricordo che regno dei cieli è un’espressione tipica di Matteo che significa il regno di Dio, quindi non un regno nell’aldilà, ma il regno di qua,

un’alternativa alla società che Gesù presenta. Ebbene Gesù presenta questa alternativa come «Simile a un tesoro»” – il termine “tesoro” (qhsauro,j) apre e chiude il brano liturgico di oggi – «nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia»”, letteralmente “per la gioia” (a,po. th/j cara/j).

E’ la motivazione. L’aver trovato nel messaggio di Gesù, nell’alternativa di società, la risposta al desiderio della propria pienezza di vita. “«Vende tutti i tuoi averi e compra quel campo»”. Quindi non è frutto di chissà quali sforzi o rinunce, ma è per la gioia. Non consiste nel lasciare qualcosa, ma nel trovare tutto. E qui non si parla di una ricompensa esterna, ma di una pienezza interiore.

Quindi l’immagine del regno che Gesù presenta è quella di aver trovato nell’alternativa di società e nel suo messaggio, la risposta al desiderio di pienezza di vita che ogni uomo si porta dentro. Questo è fonte di gioia. Il rischio c’è – e l’abbiamo visto nei vangeli – ed è quello di lasciare senza trovare, allora si cerca di recuperare quello che si è perduto.

Come quando Pietro dice: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa ne avremo?” Ma chi lascia e trova questo tesoro, perché lo trova questo tesoro, ha una gioia incontenibile, una gioia che è la caratteristica del credente. Ugualmente la seconda parabola.

«Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose»” – il mercante è uno che se ne intende di affari – «trovata una perla di grande valore …»”, ne capisce l’importanza e tutto il resto perde valore. Anche Paolo nelle sue lettere, in quella ai Filippesi (vv. 7-8) scrive: “Quello che per me era un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura”. Quindi Gesù invita a vedere nel suo messaggio la pienezza di vita alla quale ogni uomo aspira. E, quando si trova questa pienezza di vita, tutto il resto perde valore.

La terza parabola è differente e parla del risultato di questa scelta. «Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere …»”, l’evangelista non scrive “di pesci”, è un’aggiunta del traduttore. Perché non scrive “di pesci” anche se di questi si tratta? Perché si rifà alla missione dei discepoli ad essere pescatori di uomini. Gesù li chiama a pescare gli uomini.

Pescare un pesce significa tirare fuori dal suo habitat naturale nell’acqua dove hanno la vita per dargli la morte; pescare un uomo significa invece tirarlo fuori da ciò che può dargli la morte per dargli la vita. «Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via …»”.

Ecco, qui l’evangelista non adopera l’aggettivo “cattivi”, che può indicare un giudizio, con un significato morale; l’evangelista adopera l’aggettivo “marcio” (sapro,j). I pescatori non danno un giudizio morale sui pesci, i buoni e i cattivi, ma si trovano quelli che sono pieni di vita, e quelli che invece sono già morti in stato di avanzata putrefazione. E’ la stessa espressione che Gesù ha usato per l’albero, un albero marcio che non può che produrre frutti cattivi. Quindi non è un giudizio quello di Gesù, ma una constatazione.

Tra chi ha pienezza di vita e chi è invece nella putrefazione della morte. L’accoglienza del messaggio di Gesù conduce l’uomo ad una pienezza di vita tale che è quella definitiva; il rifiuto di questo messaggio, vivere soltanto per sé, porta alla morte definitiva, alla putrefazione della propria esistenza.

E l’evangelista continua: «Così sarà alla fine dei tempi. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi»” – ma letteralmente il termine è “maligni” (ponhroi,), quelli che si comportano come il loro padre, il maligno, il diavolo, «dai buoni»”, letteralmente “i giusti” (di,kaioi) – «e li getteranno nella fornace ardente»”. L’espressione “fornace ardente” dall’evangelista è presa dal libro di Daniele, capitolo 3, versetto 6, in cui rappresentava la pena per chi non adorava la statua di Nabucodonosor.

Quella che era la pena per chi non adorava il potere diventa invece la fine per chi ha adorato il potere. Chi orienta la propria vita per il bene degli altri, si realizza. Chi ha pensato soltanto a sé, chi ha pensato al proprio potere in realtà si distrugge.

Vediamo il finale. Scrive l’evangelista: «Dove sarà pianto e stridore di denti»”. E’ un’immagine biblica che indica la constatazione del fallimento della propria esistenza. Gesù già dirà “a che serve guadagnare il mondo intero e poi smarrire se stessi?”!

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